DEI, una favola del nuovo millennio.
- Andrea Boi

- 4 giorni fa
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Aggiornamento: 2 ore fa

Oggi ribalto la frittata a chi mi ha accusato di essere troppo di sinistra. Parliamo di DEI. DEI è l’acronimo per indicare Diversity, Equity e Inclusion. Parto subito col dire che non credo alla favola della DEI. Sia ben chiaro che il vero motivo non è perché io sia contro la diversità, ma perché sono contro ogni forma di discriminazione, anche quando viene rivestita di buone intenzioni. Perché vedete, i casi di ingiustizia derivanti dall’applicazione di questa formula sono sempre più frequenti.
Pur essendo sempre più presentata come una conquista morale spesso dalla sua adozione emergono delle forti contraddizioni: si combatte la discriminazione introducendone un’altra, questa volta “accettabile”. Il problema di fondo è semplice: non si ragiona più sugli individui, ma sui gruppi. Non su ciò che una persona sa fare, ma su ciò che rappresenta.
Genere, origine, identità diventano criteri di valutazione. Il merito, invece, diventa quasi un concetto sospetto, come se parlare di competenza fosse un retaggio del passato. Io lo vivo e l’ho vissuto in prima persona perché gli italiani non sono più una minoranza ma sono ormai parte del sistema. Pensate che stia scherzando? La verità è che il principio per il quale, anche in una domanda di lavoro, debba evidenziare l’appartenenza a una minoranza è metodologicamente sbagliato. Se infatti non appartengo a nessun gruppo minoritario, rischio io stesso di essere discriminato. Io non ci sto.
Se per “inclusione” si intende abbassare l’asticella o applicare correttivi forzati, allora non stiamo creando uguaglianza, ma nuove ingiustizie. E soprattutto stiamo mandando un messaggio sbagliato, quello per il quale alcune persone abbiano bisogno di essere favorite per farcela. È un’idea che trovo offensiva prima di tutto per chi dovrebbe beneficiarne.
Quello che sta succedendo è che DEI in realtà non elimina le etichette, piuttosto le moltiplica, non supera le divisioni, le istituzionalizza. Quando questo avviene con costanza si rischia di generare l’effetto opposto, un risentimento e una sfiducia in cui il rischio è quello di mettere in secondo piano il valore delle persone proprio perché non appartenenti a nessuna minoranza.
Se siamo realmente nella società del merito non possiamo mischiarlo con le disuguaglianze. Premiare indistintamente perché parte di una “minoranza” significa percorrere una scorciatoia ideologica pericolosa impedendo l’applicazione di un principio sacrosanto dove le regole devono essere uguali per tutti, non adattate in base a categorie prestabilite.
Oggi criticare la DEI viene spesso confuso con mancanza di empatia o chiusura mentale. In realtà, per quanto mi riguarda, è l’opposto: sono contro la DEI proprio perché sono contro la discriminazione, qualunque forma essa assuma. Una società più giusta non nasce dalle “quote” ma dal rispetto dell’individuo in quanto unico.
Sì amici, la DEI è una favola del nuovo millennio che negli ultimi anni ha creato disuguaglianze ancora più forti.









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